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Aktion T4, lo sterminio delle vite indegne di essere vissute

E’ giusto che lo Stato mantenga malati e disabili?

Nacque dall’implicita risposta “no” a questa domanda l’Aktion T4, il programma nazista di sterilizzazione prima, ed eliminazione poi, di tutte le persone considerate un peso per la società. Un programma che fu l’anticamera dello sterminio dei “nemici dello stato”, in particolare gli ebrei.

Supportate anche dalle teorie eugenetiche e della difesa della razza, le campagne di sterilizzazione, internamento e deportazione delle persone mentalmente disabili vennero teorizzate già nei mesi immediatamente successivi all’ascesa di Hitler. Nel 1939, con lo scoppio della guerra, queste divennero sistematiche e organizzate.

L’idea di sterilizzare coloro che soffrivano di disabilità ereditarie o avevano un comportamento «asociale», ritenuto anch’esso ereditabile, era del resto ampiamente accettata al tempo e vigevano leggi di sterilizzazione coatta anche negli Stati Uniti, in Svezia, in Svizzera e in altri paesi.

Lo sfaldamento della vecchia società contadina e delle piccole comunità, in cui i più deboli erano spesso considerati persone speciali “toccate da Dio” e come tali tutelate, e la nascita di una classe operaia concentrata in grandi città, aveva creato un vero problema sociale. La sostituzione del welfare statale alla rete di solidarietà degli istituti religiosi, dei lasciti pii, dei comuni ecc. rese la questione degli inabili al lavoro un problema che doveva essere necessariamente affrontato dalla politica. Il governo nazionalsocialista lo fece nel peggiore dei modi, diffondendo una capillare propaganda sul costo sociale di queste persone, convincendo i cittadini che le risorse statali potevano essere meglio spese. La teoria della razza fece il resto, aggiungendo il concetto che i malati di mente fossero subumani, da privare non solo dei sussidi, ma anche dei diritti civili.

Nessuno ovviamente vuole fare dei paragoni con fatti e tendenze di pensiero attuali, ma la storia, è noto, dovrebbe essere maestra di vita.

Aktion T4 è il nome convenzionale con cui si designa il programma nazista di eutanasia che, sotto responsabilità medica, prevedeva la soppressione di persone affette da malattie genetiche, inguaribili e dei portatori di handicap mentali, cioè delle cosiddette “vite indegne di essere vissute”.

Non è facile calcolare con esattezza il numero delle vittime, per le quali venivano prodotti certificati di morte con cause più plausibili possibile. La mortalità negli istituti di cura infatti, soprattutto in tempi di guerra, era già molto alta. Si stima tuttavia che le persone uccise deliberatamente, spesso usando monossido di carbonio, furono circa 200.000, tra cui, nella fase ufficiale, 5.000 bambini sotto i tre anni.

Il progetto di eutanasia di massa degli adulti disabili, che condusse alla morte decine di migliaia di persone, iniziò ufficialmente nel 1939, per interrompersi poi, ma solo formalmente, su pressione dell’opinione pubblica e delle Chiese, nell’agosto del 1941. La sospensione non fu però reale e subentrò una nuova fase definita di «eutanasia selvaggia», che proseguì fino al termine del conflitto.

All’inizio dell’ottobre 1939 tutti gli ospedali, case d’infanzia, case di riposo per anziani e sanatori furono obbligati a riportare su un apposito modulo tutti i pazienti ricoverati da cinque o più anni, i «pazzi criminali», i «non-ariani» e coloro ai quali era stata diagnosticata una delle malattie riportate in una lista che comprendeva schizofrenia, epilessia, corea di Huntington, gravi forme di sifilide, demenza senile, paralisi, encefalite e, in generale, «condizioni neurologiche terminali».

Il personale impiegato per realizzare il programma T4, grazie all’esperienza maturata nell’uccisione tramite gas fu riutilizzato anche per attuare la «soluzione finale della questione ebraica»; molti di loro infatti raggiunsero posizioni di comando all’interno dei campi di concentramento e di sterminio.

Con l’estendersi dei fronti di guerra, lo sterminio dei disabili non risparmiò i paesi occupati, dove anzi venne applicato con ancora più rigore.

Fu questo il caso di molti pazienti dell’ospedale psichiatrico di Pergine Valsugana, in Provincia di Trento.

L’Istituto manicomiale di Pergine era nato nel 1882 come istituto pubblico di proprietà della Contea principesca del Tirolo. Trasformato in ospedale militare durante la prima guerra mondiale, dopo la fine del conflitto e il passaggio degli attuali Trentino e Alto Adige / Südtirol all’Italia iniziò ad ospitare anche sudtirolesi di lingua tedesca, prima ricoverati nell’istituto di Hall, vicino Innsbruck.

Con le Opzioni (legge 21 agosto 1939, n. 124124 in materia di opzioni e dai successivi accordi italo-tedeschi sul cambio di cittadinanza), questi pazienti vennero trasferiti in maniera coatta come optanti all’interno del Reich. Si trattava di 299 pazienti, appartenenti a tutte le età, che il 26 maggio 1940 partirono con un convoglio speciale in partenza dalla stazione ferroviaria di Pergine verso nord con destinazione l’ospedale psichiatrico di Zwiefalten. Dopo pochi giorni, 75 di loro furono trasferiti all’ospedale psichiatrico di Schussenried, e da qui a Wissenau.

Un articolo intitolato «Un orribile sospetto» pubblicato il 19 dicembre 1940 dal giornale cattolico altoatesino Volksbote di Bolzano denunciava i primi sospetti che il programma nazista di eliminazione fisica dei disabili e malati di mente (Aktion T4) attraverso uccisioni di massa col gas fosse stato applicato anche ai pazienti sudtirolesi.

La seconda guerra mondiale rappresentò del resto una tragica parentesi di ulteriore sofferenza anche per i pazienti rimasti a Pergine, in quanto maggiormente esposti alle epidemie e quindi alla morte per il peggioramento generale delle condizioni sanitarie.

Nel manicomio di Pergine era internata anche Ida Dalser, probabilmente la prima moglie di Benito Mussolini, ma questa è un’altra storia, che trovate raccontata nel libro “La moglie di Mussolini” di Marco Zeni.

Per approfondire:

Dell’Aktion T4 si parla diffusamente nel romanzo di Ken Follett “L’inverno del mondo“, secondo capitolo di una trilogia che include “La caduta dei giganti” e “I giorni dell’eternità”.

Per approfondire riguardo la deportazione degli ospiti del manicomio di Pergine Valsugana:

Daiana Boller

Daiana Boller (Trento, 1981) vive in Trentino, dove si è laureata in storia con una tesi sul principe vescovo Alessandro di Masovia (1423-1444). Nel 2014 ha pubblicato con Athesia "Welschtirol - Il territorio trentino nell'impero asburgico 1815-1918".

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